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Il superlavoro rende zombi secondo Netflix. Le statistiche confermano (quando esistono)

Di come dalla visione di un film giapponese sugli zombi sono finita a consultare le statistiche sui suicidi legati al lavoro, che in Italia non si trovano.

Zombie 100 su Netflix

È bullizzato dal suo capo, lavora ininterrottamente e non è nient’altro che un robot aziendale… ma un’apocalisse zombi lo farà finalmente sentire vivo!

Netflix

Con questa breve, ma eloquente sinossi, Netflix presenta Zombie 100: Cento cose da fare prima di non-morire, film tratto da un manga giapponese, il cui titolo sottotitolo specifico sarebbe Bucket list of the dead, ovvero la “lista dei sogni di un morto”.

La denuncia verso le black companies

Da appassionata di film dell’orrore e nella fattispecie di film sugli zombi, non potevo assolutamente non vederlo: si tratta di un prodotto tragi-comico molto interessante e molto vicino alla satira Romeriana. Se George A. Romero, papà degli zombi, aveva usato la metafora del morto che cammina per additare il consumismo americano – vi ricorderete senz’altro il centro commerciale di “Dawn of the dead” dove gli zombi continuano ad andare “lenti e affamati di cose” per abitudine – in questo film la denuncia è contro il superlavoro giapponese, di cui possiamo leggere spesso le notizie sui giornali. Proprio pochi giorni fa leggevo su La Repubblica di un medico che a soli ventisei anni si è suicidato “dopo tre mesi di lavoro senza un giorno di pausa e 207 ore di straordinari in un solo mese”.

Eppure, anche se il Giappone è lontano dalla nostra vita da occidentali, il film, dopo averci mostrato la vita stressante di Akira – che arriva a dormire e a lavarsi in ufficio – ci mostra un plot twist davvero imprevisto: quando esce per andare a lavoro e si rende conto che la città è invasa dagli zombi, Akira è felice perché non deve andare in ufficio. Una reazione paradossale, che però fa riflettere per tutto il film. Il ragazzo realizza quindi passo passo una lista dei desideri che va dal tingersi i capelli al diventare un eroe e salvare tutti: ogni giorno prova a realizzare questi sogni girando per la città in bicicletta.

Ad un certo punto del film, il protagonista si ritroverà chiuso in un edificio col suo capo e diventerà di nuovo il suo “schiavo”, proprio come lo era nella black company. Saranno i suoi amici a spronarlo per tornare “alla realtà”. Questo passaggio del film è molto forte e invia un messaggio sull’inconsapevolezza dei rapporti tossici nel momento in cui li viviamo: è come se si trattasse di un trigger che scatta nel cervello, una sorta di lavaggio del cervello aziendale.

Karoshi, ovvero “morte da troppo lavoro”

In Giappone, secondo i dati di Statista, dal 2013 al 2022 c’è stato un aumento del 27,77% dei suicidi legati a problemi sul lavoro, detti karoshi (morte da troppo lavoro). Se ampliamo la lente di ingrandimento a livello globale con il The workplace health report (condotto da gennaio a ottobre 2022 su 4170 impiegati di aziende nel mondo), si evidenzia comunque un aumento di punti percentuali rispetto all’anno precedente su una serie di trend allarmanti quali lo stress elevato e principalmente legato al carico di lavoro, e i pensieri suicidi e autolesionisti (slide 1, in fondo).

L’assenza di dati (e di strategia) in Italia

Avrei voluto saperne di più sul tema: come stanno le cose in Italia, ad esempio? Navigando sul web ho appreso che pochi Paesi hanno report aggiornati sui suicidi. Ho chiesto all’ISTAT dati aggiornati perché gli ultimi report mi sembrava fossero di qualche anno fa, e mi sono state inviate delle tavole dal 2016 al 2020 con spaccato per tipologia di morte, genere e presenza/assenza di malattie fisiche e/o mentali. Nessun cenno sulle cause.

Ho selezionato quindi l’andamento dei suicidi per tipologia evidenziando esclusivamente quelli senza malattie fisiche e mentali, che nella mia testa ho tradotto come “persone mediamente in salute”: come potete osservare dal grafico la metodologia primaria di suicidio è impiccagione o soffocamento, con una predominanza maschile (slide 2, in fondo).

Cercando poi su Google Trends la parola chiave “suicidarsi” ho trovato un’impennata della query correlata “come impiccarsi” negli ultimi 12 mesi. (slide 3, in fondo)

Ho usato Google Trends perché non avevo altro a cui appellarmi. Sul web ho trovato varie segnalazioni su questo “vuoto” statistico, tanto che alcuni enti hanno preso le proprie iniziative: ad esempio nel sito della Fondazione BRF c’è un Osservatorio sui Suicidi, dove si aggiornano suicidi e tentati suicidi per mese e regione italiana. Già durante la Pandemia la Onlus si era attivata con un Osservatorio Suicidi Covid19 e non è stata l’unica a segnalare online che con la Pandemia di mezzo sarebbe stato opportuno monitorare il fenomeno a causa dell’isolamento e della perdita del lavoro.

Attualmente se cerco in incognito su Google “voglio suicidarmi” o “suicidarsi”, in posizione zero c’è il numero di telefono di Samaritans, un’associazione di volontariato laico, il cui primo obiettivo è la prevenzione del suicidio. Chissà quante chiamate al giorno riceveranno.

Nonostante la prevenzione del suicidio sia stata individuata come obiettivo prioritario dai maggiori organismi internazionali, solo pochi Paesi nel mondo hanno sviluppato una strategia nazionale per la prevenzione del suicidio e l’Italia non è ancora tra questi

Istituto Superiore di Sanità

Dati, consapevolezza e prevenzione

Perché le persone cercano su Google “come impiccarsi”? Perché c’è una predominanza di uomini che si suicidano? Sono solo alcune domande, ma ce ne sono tante altre senza risposta anche solo sfogliano i vecchi report ISTAT, dove sono riportati molti più suicidi al Nord Italia che al Sud.

Tra i vari dati disponibili ho trovato che su 12.877 casi di suicidio certificati dal 2011 al 2013, l’81,4% era senza altri stati morbosi rilevanti (malattie fisiche o mentali): non sono un’esperta, ma nella mia testa traduco che si sono suicidate persone considerate mediamente “sane”.

L’importanza di conoscere e capire le cause di malessere che conducono al suicidio, anche quando non ci sono patologie, è fondamentale per consentire al Paese di supportare correttamente la popolazione a livello psicologico. E prevenire.

Slide di approfondimento

Il lavoro non porta solo ai suicidi

In questa sede ho dato rilevanza alla morte auto-indotta, ma ricordo che il troppo stress lavorativo spesso porta anche a problemi cardiaci e ictus. Secondo i dati 2016 di OMS/ILO legate alle malattie e agli infortuni legati al lavoro:

“Nel 2016, a livello globale, 488 milioni di persone sono state esposte a orari di lavoro prolungati (≥55 ore/settimana); questa esposizione ha comportato 745.194 decessi attribuibili e 23,3 milioni di DALY* per cardiopatia ischemica e ictus. Si tratta del 4,9% di tutti i decessi e del 6,9% di tutti i DALY* dovuti a queste cause. Il Pacifico occidentale, il Sud-Est asiatico, gli uomini e gli anziani hanno avuto un carico maggiore.”

*Il disability-adjusted life year o DALY (in italiano: attesa di vita corretta per disabilità) è una misura della gravità globale di una malattia, espressa come il numero di anni persi a causa della malattia, per disabilità o per morte prematura.

Fonte Dati

Conclusioni

Quali sono le cause del suicidio? Perché così tante persone pongono fine alla loro vita ogni anno? È a causa della povertà? Della disoccupazione? La rottura delle relazioni? O è a causa della depressione o di altri gravi disturbi mentali? I suicidi sono il risultato di un impulsivo, oppure sono dovuti agli effetti disinibitori di dell’alcol o delle droghe? Ci sono molte domande di questo tipo, ma non ci sono risposte semplici. Nessun singolo fattore è sufficiente a spiegare perché una persona suicida: il comportamento suicida è un fenomeno complesso, influenzato da diversi fattori fenomeno complesso che è influenzato da diversi fattori interagenti – personali, sociali, psicologici, culturali, biologici e ambientali, sociali, psicologici, culturali, biologici e ambientali.

World Health Organization

Il 10 settembre è la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio. Sarà un caso che Netflix abbia scelto proprio agosto per lanciare un film giapponese che denuncia il superlavoro? Non lo so, ma sicuramente la visione di Zombie 100 mi ha aperto una finestra sul mondo del lavoro all’estero, e soprattutto mi ha reso consapevole del fatto che in Italia attualmente non è possibile sapere quali sono le cause principali del suicidio e se ve ne sono alcune legate al malessere sul posto di lavoro. A questo “vuoto statistico” nel nostro Paese sembra far seguito un “vuoto strategico”.

Le morti devono essere contestualizzate in base al Paese di riferimento, che ha i suoi fenomeni sociali e culturali e il suo andamento economico, per supportare i lavoratori tanto nelle malattie fisiche da stress (come quelle cardiache), quanto in quelle psicologiche (come la depressione) che possono indurre al suicidio: tanto più se i dati confermano i pensieri autolesionisti nei professionisti. Quei pensieri, in alcuni casi, possono trasformarsi in azione.

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1 commento su “Il superlavoro rende zombi secondo Netflix. Le statistiche confermano (quando esistono)”

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