Usiamo sempre più l’intelligenza artificiale. Ma continuiamo a fidarci delle persone.
È questa la sintesi, quasi contradditoria, che emerge dal Reuters Institute “Generative AI and News Report 2025“, dedicato all’uso dell’IA generativa nella vita quotidiana e nel giornalismo.
L’indagine, condotta in sei Paesi (Argentina, Danimarca, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) da YouGov per conto del Reuters Institute for the Study of Journalism, fotografa una realtà in rapido cambiamento: l’intelligenza artificiale è ormai entrata stabilmente nella nostra routine informativa, ma la fiducia nei suoi risultati resta un terreno fragile.
L’uso dell’IA cresce più velocemente della fiducia
Nel 2025, la quota di persone che dichiara di aver usato un sistema di IA generativa almeno una volta a settimana è quasi raddoppiata, passando dal 18% al 34% in un solo anno.
ChatGPT rimane lo strumento più conosciuto e utilizzato, con il 22% degli utenti che lo usa regolarmente, seguito da Gemini (Google), Copilot (Microsoft) e Meta AI.
I giovani trainano l’adozione
L’utilizzo è fortemente concentrato tra i più giovani: il 59% degli utenti tra 18 e 24 anni ha utilizzato un sistema di IA generativa nell’ultima settimana, contro il 20% degli over 55.
Le principali motivazioni?
- cercare informazioni (24%)
- creare contenuti (21%)
- interagire con chatbot o assistenti virtuali (7%)
Ma quando si parla di fiducia, i numeri cambiano.
Solo il 29% degli intervistati afferma di fidarsi pienamente di strumenti come ChatGPT, mentre la percentuale scende ulteriormente per Meta AI e DeepSeek.
Il pubblico, pur riconoscendo l’utilità dell’AI, mantiene una posizione di cauto scetticismo.
Giornalismo e “comfort gap”
Il capitolo più interessante del report riguarda proprio il giornalismo: nonostante la crescente sperimentazione nelle redazioni, il pubblico continua a preferire notizie scritte da persone.
Solo il 12% si dice a proprio agio con contenuti generati interamente dall’IA, contro il 62% che preferisce testi redatti da esseri umani.
L’accettazione cresce solo per attività “dietro le quinte”, come la correzione grammaticale (55%) o la traduzione (53%), ma cala drasticamente quando l’IA diventa “voce” o “volto” dell’informazione.
Questo divario è stato definito comfort gap: più l’intelligenza artificiale è visibile al pubblico, meno il pubblico si fida.
Opportunità per il giornalismo
La conclusione del Reuters Institute Report 2025 è chiara:
“Il ‘trust gap’ tra notizie e strumenti di intelligenza artificiale può diventare un vantaggio competitivo per le redazioni che investono nella trasparenza, nella qualità e nel lavoro umano.”
In un ecosistema informativo dove la produzione automatizzata rischia di appiattire le fonti e uniformare i contenuti, la supervisione umana diventa un valore.
Solo il 33% degli intervistati ritiene che i giornalisti controllino “sempre o spesso” i risultati generati dall’IA: un dato basso, ma che rappresenta un’opportunità per chi sceglie di distinguersi puntando sull’etica e la verifica, come segnalavo anche nel mio report “Giornalismo e Intelligenza Artificiale” del 2023.
Ottimisti per sé, pessimisti per la società
Il report mostra anche un interessante paradosso: le persone sono ottimiste riguardo all’impatto dell’IA sulla propria vita, ma pessimiste su quello per la società. In quattro dei sei paesi analizzati, prevale la fiducia nei benefici personali. Ma quando si parla di politica, media o istituzioni, i toni diventano cupi.
Conclusioni
L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui cerchiamo, leggiamo e crediamo alle notizie: nel report il 24% delle persone afferma di utilizzare strumenti AI proprio per cercare notizie e il 50% ritiene affidabili le sintesi proposte da AI Overview: la rivoluzione della ricerca online è in corso, come scrivo nel mio whitepaper.
Nonostante l’automazione, però, la fiducia resta un atto umano.
Nel mondo del giornalismo — dove la credibilità è la valuta più preziosa — l’uso dell’IA non può essere solo questione di efficienza. Deve essere una scelta di trasparenza e responsabilità.
E forse, tra algoritmi e automazioni, proprio la “lentezza” del pensiero umano può tornare a essere il suo più grande vantaggio competitivo se inteso come atto di osservazione critica, ragionamento e indagine.
