Per chi come me è cresciuta con il Dracula di Bram Stoker firmato Francis Ford Coppola è molto difficile pensare di vedere un altro Dracula da associare alla parola “cult”.
Per me Luc Besson ci è riuscito: con Dracula – L’amore perduto compie un lavoro intelligente, ovvero quello di spostare l’attenzione dall’orrore all’amore, di accendere i riflettori su un uomo disperato e lasciare che il mostro sia solo una conseguenza della perdita.
Il botteghino conferma il successo di questa riscrittura, con 2 milioni di incassi al primo weekend di programmazione.
Da Coppola a Besson: l’evoluzione dell’oscurità
Negli ultimi mesi, confrontandomi con persone dai 30 ai 40 anni mi sono accorta che molti non hanno visto il capolavoro di Coppola del 1992. Nonostante ciò, su TikTok il feed è già pieno di paralleli tra la versione del 1992, quella del 2025 e anche Dracula Untold, che però ha un’altra piega, più “action”.
Coppola è riuscito a trasformare un romanzo epistolare (anche abbastanza pesante dal mio punto di vista) in una poesia del grande schermo: Gary Oldman ha portato in scena un conte che era scisso tra amore e morte, tra romanticismo e oscurità profonda. Il suo Dracula è un killer assetato di sangue che ritrova l’umanità nello sguardo della sua amata perduta, 400 anni dopo.
Besson eredita l’immaginario, ma cambia registro. Il suo conte è disilluso, stanco, cerca la pace.
Dracula, A love tale
In Dracula – L’amore perduto scompare del tutto la veste epistolare: la storia è raccontata in modo diretto, quasi confidenziale. È Dracula stesso a narrare la sua vita a Jonathan Harker. Una scelta che umanizza subito il personaggio: questo conte ride, si lascia intenerire dalle battute del giovane, e soprattutto, in un gesto che sarebbe impensabile nel 1897 di Stoker, lo risparmia.
Nel titolo originale (“Dracula – A love tale”) riecheggia l’atto del racconto grazie alla parola “tale” che ricorda le Canterbury Tales: questo è un racconto d’amore a tutti gli effetti, che il titolo tradotto in italiano, come spesso accade, non rende bene.
Il vampirismo di Besson, infatti, non è più maledizione o libido, ma il riflesso di una ferita: un atto disperato per ritrovare Elisabetta, la principessa perduta. Dracula si aggira tra tombe e ricordi, piange la sua amata e arriva persino a tentare il suicidio. Non lo muove la sete di sangue, ma il bisogno di sentirsi ancora desiderato. Ecco allora il colpo di genio di Besson: il “profumo” che il conte diffonde per attrarre le donne non è un’arma erotica, ma un grido d’amore. Un segnale lanciato al mondo, o forse solo al cielo, per farsi trovare di nuovo da lei.
Si prova empatia per Dracula, dall’inizio alla fine: per tutto il film si è assorbiti nella tenerezza e nella passionalità delle scene d’amore con Elisabetta, una principessa fiera, divertente, a tratti irriverente. Quasi ne sentiamo la mancanza anche noi spettatori, mentre Dracula la cerca nei secoli dei secoli: Besson riesce a farci affezionare a questi personaggi anche in pochi istanti, come nella migliore delle favole.
La modernità di Mina
Nel Dracula di Coppola, Mina era la dolce maestrina che riscopriva se stessa attraverso la tentazione, ma che alla fine è fedele a Jonathan e lo sposa.
Nel film di Besson, invece, è una donna moderna, malinconica, che non appartiene davvero al suo tempo. Non è più la fanciulla esitante, ma una protagonista consapevole: sa di non voler sposare Jonathan, sa di desiderare altro, prima di incontrare il conte. È passionale, diretta, capace di guardare negli occhi il proprio destino.
Il rapporto con Dracula è meno “redentore” e più memoria condivisa: Mina ricorda il passato, chiama il conte “marito mio” e accetta di essere morsa non per dannarsi, ma per ritrovare ciò che le era stato tolto. È un amore circolare, in cui la vita e la morte si confondono, dove la redenzione non arriva da Dio ma dal riconoscersi l’uno nell’altra.
Se Dio non capirà il nostro amore, può andare all’inferno [Mina]
La solitudine come leit motiv
Il tema dominante è proprio la solitudine.
Besson mostra un Dracula che non uccide se non accecato dal dolore, che implora il cielo e non riceve risposta. L’immortalità, qui, è una pena.
Non ci sono più le mogli vampire, né l’amica Lucy: c’è Maria, la vampira dai capelli rossi che aiuta il conte nella sua ricerca, figura più simbolica che sensuale.
Persino la violenza si fa orpello: Besson sostituisce la carne con la malinconia, il sangue con le lacrime. Le scene dell’orrore sono quasi da commedia, tra il riso e il disgusto.
Un Dio che non ascolta (?)
L’elemento religioso, già forte in Coppola, diventa in Besson una ferita aperta. Dio non accoglie Dracula quando tenta di uccidersi, e questa esclusione eterna pesa più di qualunque maledizione.
Non è più l’uomo che si ribella a Dio, ma colui che Dio ha dimenticato.
Così, il vampiro diventa specchio dell’uomo contemporaneo: smarrito, solo, alla ricerca di un amore che lo salvi dalla disillusione.
Allo stesso tempo, Elisabetta si reincarna dopo 400 anni, come Vlad aveva chiesto alla chiesa il giorno del suo omicidio: dopo che il conte incontra di nuovo la sua donna, è pronto finalmente a morire in pace con l’aiuto del prete esperto di vampiri (che in questa pellicola sostituisce la figura di Van Helsing di Anthony Hopkins). Potrebbe essere tutto un disegno divino?
La spiegazione del finale
Nel momento conclusivo di Dracula – L’amore perduto c’è una scelta d’amore importante: Mina grida disperata di non lasciarlo, proprio ora che si sono appena ricongiunti, ma lui sceglie di farsi uccidere dal prete. Preferisce rinunciare al suo amore piuttosto che farle vivere i secoli di dannazione con lui. Il sacrificio è un atto di redenzione, condivisibile che sia o meno: la scelta di rendere il finale così “cristiano” con annessa benedizione finale non mi ha fatto impazzire, ma questo è. Da inguaribile romantica non posso non chiedermi quale sarà il futuro di “questa Mina”: una Mina che quando entra Jonathan nella stanza, piange disperata sulle ceneri del suo vero amore, tanto dal farlo dileguare in pochi istanti.
Critiche al film di Luc Besson che non condivido
Alcuni critici hanno bollato il film come un esercizio eccessivo, privo della profondità dell’orrore originale: si lamentano di scene che riecheggiano troppo chiaramente il film di Francis Ford Coppola (1992), di un vampiro “addomesticato” e di una sceneggiatura che perde mordente. Altri ancora denunciano un trattamento stereotipato del femminile o una spettacolarità priva di sostanza.
Nonostante queste obiezioni, non sono del tutto d’accordo: qualcuno si è chiesto se c’era bisogno di un altro Dracula, a mio avviso la risposta è sì. Semplicemente perché la lente è totalmente diversa e ci fa sognare: chiaramente non è film un horror. I classici, e non l’ho detto io, hanno sempre qualcosa da dire, anche quando vengono riletti.
Dracula 1992 VS Dracula 2025: cast, personaggi e principali differenze
| Ruolo principale | Cast 1992 (Coppola) | Cast 2025 (Besson) | Principali differenze |
|---|---|---|---|
| Conte Dracula / Vlad | Gary Oldman | Caleb Landry Jones | Nel ’92 Dracula è un vampiro potente che riscopre l’umanità; nel 2025 è più umano, stanco, in cerca di pace. |
| Mina/ Elisabetta | Winona Ryder | Zoë Bleu | La Mina del ’92 è una maestra innamorata, la versione 2025 è più moderna, consapevole, protagonista attiva. |
| Jonathan Harker | Keanu Reeves | Ewens Abid | Nel ’92 Harker è più “eroe” tradizionale; nel 2025 ha un ruolo più di interlocutore del conte. |
| Figura ecclesiastica / Van Helsing | Anthony Hopkins (Van Helsing) | Christoph Waltz (prete) | Nel ’92 Van Helsing è l’antagonista vampirico / cacciatore; nel 2025 il prete è figura simbolica del rapporto con Dio e della colpa. |
| Vampira / aiutante | Monica Bellucci (una delle mogli di Dracula) | Matilda De Angelis (Maria) | Nel ’92 le mogli vampiriche sono seduzione e morte; nel 2025 il personaggio Maria è più simbolico e meno seduttivo. |
Il trailer in italiano
Alessia Pizzi
