Web Journalism. Quanto conta il tesserino nel mondo digitale?

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Io mi sento scissa. Mi sento divisa a metà. Un ibrido.

Questo perché con una laurea in lettere e un tesserino da giornalista fondamentalmente sei vecchia dentro. Hai mangiato opere antiche, hai scritto sulla carta, ti sei ispirato ai grandi della letteratura.

E detto tra noi hai fatto pure cinque anni di università più due di pratica giornalistica. Quindi di parole ne hai lette e scritte tante.

Sono uscita dall’Università con una buona penna e tanta fantasia. Ma anche tanta prolissità.

Lavorare nella comunicazione (ambito ben diverso dall’informazione) all’inizio ti fa sentire sporco. Addio Cicerone, addio ghirigori, addio periodi lunghi 5 righe. Benvenuta chiarezza, benvenuta semplicità.

Conoscere la SEO, soprattutto, mi ha insegnato a scrivere con uno scopo.

Non che prima non lo avessi, ma cercare le parole chiave giuste per posizionarsi online non significa solo voler giocare con la SERP di Google, essere trovati, essere letti. Significa anche avere un concetto, un target preciso in testa.

Essere chiari, andare diretti al punto è il succo di una buona comunicazione (a prescindere che sia pubblicitaria…). E solo da una buona comunicazione nasce una buona informazione.

Qui ho parlato di come spesso i giornalisti non sanno informare.

Io, giornalista che lavora nel web marketing, oggi sono un ibrido. A maggior ragione perché scrivo online. Sulla carta, ormai, ho quasi difficoltà. Scrivere un link su un giornale cartaceo è allucinante ma è praticamente necessario per lasciare ai lettori dei riferimenti per approfondire (rimandi al sito, ai social network). La carta, per quanto sia bella, profumata e autorevole, ti limita. Ma, soprattutto, sta morendo. Il web è come l’universo, infinito. Domina l’ipertesto e puoi volare ovunque vuoi.

Questa, quindi, è l’era del web journalist. Quello che combatte con le palle verdi di Yoast SEO (provate a chiedere alla redazione di CulturaMente, dove abbiamo anche inaugurato l’hashtag delle #palleverdi), che sa usare wordpress, i photo editor, i permalink e i social.

A questo punto scatta la domanda: cosa ce ne facciamo delle buone penne che non sanno usare il web? Ma soprattutto cosa ce ne facciamo di tutti questi tesserini se poi ci sentiamo dire:

“Io sono un giornalista, non devo imparare la SEO”.

Qualcuno ha provato a dirmelo, ma con me non si ragiona così. Il giornalista è un ricercatore, un investigatore, non deve smettere mai di capire.

Anche se si tratta di #palleverdi.

È la sfida di questo secolo, insomma. Da un lato il web può dare finalmente lavoro agli umanisti, dall’altro gli umanisti devono sapersi adattare, lasciando a casa i pregiudizi.

Come Foscolo, no? A cavallo tra due secoli, un po’ classicista un po’ risorgimentale. Ma comunque geniale!

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Infine, a chi mi dice che il tesserino serve per ottenere gli accrediti, rispondo di aprire gli occhi: a parte qualche rara entità paleolitica, ormai i blogger (neanche le testate, i blog!) entrano alle anteprime stampa del cinema, vanno a teatro gratis ecc.

E alla fine non è poi così sbagliato se si pensa che tanta gente col tesserino copia e incolla i comunicati stampa firmandoli come propri. Ci sono tanti blogger talentuosi… non li mortifichiamo con le etichette (il nostro ordine, peraltro, è un’idea tutta “all’italiana”).

Qualcosa ancora mi turba, però: questi social blogger così sorridenti e affabili non sono sempre così cordiali come sembrano se contattati privatamente…

Questo purtroppo è l’altro lato della medaglia. Quando i giornalisti sono stronzi, sono bravi. Chi ha un blog personale per guadagnare, invece, vende la propria immagine patinata. Non possono esistere musi lunghi nelle vetrine perfette di Facebook.

 

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