donne costituente roma

Perché ce l’hanno tutti con le Donne della Costituente?

Donne della Costituente imbrattate a Roma, Donne della Costituente rifiutate a Messina. Quant’è dura la lotta a favore della Toponomastica Femminile!

Nel quartiere di Monte Mario di Roma, dove sono nata e cresciuta, è stato sfiorato il miracolo quando hanno inaugurato la pista ciclopedonale che arriva fino a Monte Ciocci. Era il 14 giugno 2014 quando il sindaco Marino tagliò il nastro dietro casa mia, vicino alla stazione del treno. Dopo anni di lavori non portati a termine, finalmente i residenti dei vari quartieri attraversati dal parco lineare hanno potuto godere di questo immenso regalo.

Mai avrei creduto che una mattina, percorrendo il solito tratto di pista per andare a lavoro, avrei visto la pista accogliere un percorso dedicato a 7 Donne della Costituente, grazie al progetto Sulle vie della parità @ Roma, realizzato da Roma Capitale in collaborazione con l’Associazione Toponomastica femminile, Fnism (Federazione nazionale insegnanti) e Legambiente. Questo fu un regalo ancora più grande per me, visto che ero ben consapevole della forte assenza di nomi femminili nelle strade italiane.

Le protagoniste del percorso sono Bianca Bianchi, Maria Maddalena Rossi, Teresa Noce, Laura Bianchini, Rita Montagnana, Angelina Merlin ed Elettra Pollastrini.

Da quel giorno ho preso sotto la mia ala protettiva le targhe di queste donne, che, nel corso dell’anno successivo, sono state imbrattate da writers vari, ma non solo. Oltre alle comuni “tag”, ho trovato anche insulti, come potrete vedere nelle foto. Non vorrei ricordare male ma credo che sia addirittura sparita una targa (se non erro quella di Laura Bianchini all’altezza di via dell’Acquedotto Paolo), poco dopo la cerimonia inaugurale. Quella più presa di mira, però, è stata la targa di Lina Merlin. Dopo essere stata volutamente oscurata, è stata addirittura sradicata. È rimasta a terra, tra le erbacce ai lati della pista, per molto tempo, ma di recente è stata ricollocata al suo posto. (Immagine di copertina)

Ho trascorso vari mesi a ripulire le scritte sulle targhe, grazie alle salviette antigraffiti che mi ha procurato un volontario del Retake Roma, e posso dire che non ho più avuto bisogno di ripulire nulla da quasi un anno.

L’avversione per un percorso di toponomastica femminile si sta riproponendo in questi giorni a Messina, attraverso la polemica di Nino Principato. L’architetto non sarebbe d’accordo con la proposta del Comune di intestare 21 vie alle Donne della Costituente. A sua detta non c’entrerebbero nulla con Messina.

donne della costituente roma

La riappropriazione della storia delle donne dovrebbe interessare l’Italia da Nord a Sud. La presenza di queste figure femminili nella scena politica del Paese fu un grande passo avanti per la parità di genere.

Il giorno che le donne si presero la storia, ha scritto nel 2006 una giornalista de La Repubblica menzionando queste parole di Filomena Delli Castelli:

“….Eravamo consapevoli che il voto alle donne
costituiva una tappa fondamentale della
grande rivoluzione italiana del dopoguerra.
Avevamo finalmente potuto votare e far
eleggere le donne. E non saremmo state più
considerate solo casalinghe o lavoratrici senza
voce ma fautrici a pieno titolo della nuova
politica italiana”.

Sul web ho trovato questo prezioso documento, dove potrete leggere tutti gli articoli di giornale usciti all’epoca. Oltre ad un titolo dove appare il temibile termine DEPUTATESSA, c’è anche una esilarante intervista in cui Oriana Fallaci tenta di tenere a bada l’impetuosa verve di Lina Merlin, mentre le chiede informazioni sull’abolizione delle Case Chiuse.

Il 2 giugno 1946 il suffragio universale e l’esercizio dell’elettorato passivo portarono per la prima volta in Parlamento anche le donne. Si votò per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente che si riunì in prima seduta il 25 giugno 1946 nel palazzo Montecitorio. Su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne:
Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela M. Guidi Cingolani, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, M. Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Due anni fa mia madre mi ha detto che perdevo tempo a ripulire queste targhe, perché avrebbero continuato ad imbrattarle. Io continuerò a farlo finché ce ne sarà bisogno, soprattutto perché ho visto che non sono sola. E la ricollocazione della targa di Lina ne è la dimostrazione.

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The Handmaid’s Tale: la serie tv sulle donne legalmente violentate

Fermatevi un secondo e provate ad immaginare una realtà in cui, improvvisamente, le donne tornano a essere proprietà degli uomini.

Nessuna libertà. Tutta la loro vita viene ricondotta al ruolo di incubatrici in un mondo dove non nascono più bambini. Vengono strappate alle loro famiglie e portate in case dove, ogni mese, vengono violentate dal proprietario di fronte alla moglie (come mostra l’immagine). Portata a termine la gravidanza e lo svezzamento, vengono mandate in un’altra casa per ricominciare tutto da capo.

Qualsiasi forma di ribellione (prima su tutte l’omosessualità) viene punita con una mutilazione: occhi, mani, genitali. O con la morte.

Addirittura alla donna viene attribuito un patronimico, che sostituisce il nome originale. Se il capofamiglia si chiama Stevenson, il suo nuovo nome sarà “DiStevenson”.

Le donne diventano quindi “ancelle”, schiave delle famiglie ospitanti, uteri con le gambe.

The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella) è una serie tv sulle donne davvero sconvolgente. Tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood, offre un assaggio di futuro distopico crudo e inquietante. Sono 10 episodi che costringono a riflettere.

La protagonista, June, è una donna forte e indipendente, che si ritrova assoggettata da un nuovo regime autoritario. Sopravvive alla situazione solo per ritrovare sua figlia, ma ad un certo punto gli effetti collaterali della schiavitù inizieranno a farsi sentire. Sola contro tutti, cercherà di trovare la salvezza in qualunque modo possibile, usando gli altri e facendosi usare a sua volta.

Per tornare a essere auctor e agens della propria limitata esistenza June riscoprirà anche il suo essere donna, in un mondo dove ormai il sesso è una cerimonia pubblica e passiva, uno stupro approvato e benedetto.

In questo clima di sconforto, annaspando nell’abbrutimento più totale, incontrerà anime affini. Donne ribelli. Donne a cui le violenze non tolgono la luce interiore, la vita.

Il punto di vista femminile, naturalmente, è duplice. Bisogna prendere in considerazione anche il ruolo delle mogli che “stanno a guardare” inermi mentre i propri mariti penetrano altre donne.

È davvero un mondo distopico? Per secoli le donne sono state oggettificate per il loro ruolo riproduttivo e, ancora oggi, in alcuni Paesi vengono vendute come spose, mutilate, e trattate come “una proprietà”. Questa serie tv ricorda con brutalità una discriminazione attuale e troppo spesso trascurata.

Non è un caso, quindi, se in America la mise delle ancelle (cappello bianco e mantello rosso) viene attualmente utilizzata per le proteste contro la restrizione sull’aborto e, più in generale, contro tutti i provvedimenti che sfavoriscono le donne, specialmente in ambito sessuale e riproduttivo.

handsmaid proteste aborto
Un tweet di esempio

Ovviamente in Italia la serie tv non è stata acquistata. Avevate dubbi in merito?

l'ignoto ignoto laterza

Libri che non sai di non aver letto: alla scoperta de “L’ignoto ignoto”

Non ho fatto in tempo a scrivere un post sull’amore online che subito sono stata fulminata dall’incontro con un libricino unico. Piccolo e potente.

Il succo di questo testo redatto da Mark Forsyth e tradotto per noi da Laterza, è:

  • Ci sono libri che abbiamo letto (es. ho letto Orgoglio e Pregiudizio);
  • Libri che sappiamo di non aver letto (es. non ho letto Madame Bovary, ma so che esiste);
  • E poi c’è l’ignoto ignoto (?!).

Ovvero libri che non sappiamo di non aver letto. Non sappiamo della loro esistenza né che potrebbero piacerci.

Cosa c’entra internet, quindi?

C’entra eccome: internet è fatto per farci trovare ciò che cerchiamo. Pensate alla ricerca su google, ad esempio, e allo sviluppo del web marketing. Pensate a come Amazon ci insegue con i titoli affini ai testi che abbiamo già comprato o anche solo cercato:

“Potrebbe piacerti anche…”

Tutto è strutturato per farci trovare meglio ciò che già sappiamo ci piacerà. Ma c’è una cosa che internet non può offrire: il piacere della scoperta.

In una chat di amori online Giulietta avrebbe scritto così le sue preferenze:

ALTO, MORO, UNDER 18, NO MONTECCHI.

Un algoritmo avrebbe trovato il ragazzo per lei e l’amore per Romeo forse non sarebbe mai scattato. Seppur tragica, l’unione è stata dannatamente romantica. È stata emozione, imprevisto. L’avreste scambiata con un algoritmo perfetto?

Lo stesso piacevole imprevisto viene offerto dalle librerie quando espongono libri che ci colpiscono: magari per il titolo, per la grafica (ora molto intrigante, per combattere la guerra contro l’ebook…). Così, in dieci minuti, ci ritroviamo in mano libri che non avremmo mai pensato di comprare, semplicemente perché non li abbiamo mai visti, né sentiti. Magari è un genere che non abbiamo mai letto, e che magari ci conquisterà. Lo scopriremo solo leggendo…

Ottenere quello che già sapevi di volere non è sufficiente

Così è successo anche a me l’altro giorno, quando per caso ho intravisto una libreria Arion durante la pausa pranzo. Attratta come una calamita, sono entrata. Non avevo mai varcato quella soglia, ma al primo passo ho riconosciuto l’odore familiare. Quello della carta stampata.

Ho girato circa mezz’ora e poi ho acquistato 4 libri di cui non avevo mai sentito parlare, guidata esclusivamente “dal naso”. Tra questi libri, oltre a “L’ignoto ignoto”, ce n’è anche uno sul Giappone. Non ho mai letto un libro di viaggi, né sul Giappone, né mi è mai interessato particolarmente questo Paese. Ma il formato mi ha conquistato a primo sguardo: lungo e stretto, come tutti i titoli di Iperborea.

Così, senza saperlo, ho fatto esattamente quello che viene descritto nel libricino di Mark Forsyth. Vi consiglierei di comprarlo e di leggerlo, perché merita, ma anche di viaggiare verso l’imprevisto, verso il vostro ignoto ignoto.

N.B. Bancarelle e mercatini dell’usato sono perfetti per questo tipo di missioni!

Qui c’è un estratto di questo pamphlet che la Casa Editrice ha regalato ai librai per ringraziarli.

l'ignoto ignoto laterza

trovare l'amore online

Quando ci si innamorava per strada (e non con un click)

Siamo diventati talmente pigri che cerchiamo anche l’amore online, cliccando qua e là.

Per strada occhi al cellulare, a casa occhi sul profilo più affine.

va dove ti porta l’app

La società delle vetrine. Ecco cosa ha lanciato Facebook. Per quanto si possa usare questo social network in maniera “intelligente” la tendenza intima è sempre quella di mostrare qualcosa: per condividerla, per ottenere consensi, per dare di sé un’immagine ben precisa.

Per questo motivo Facebook è diventato strumento di business, nonché canale privilegiato dell’informazione. Come non pensare alle elaborate pagine aziendali, ai famosi blogger e agli ultimissimi instant articles?

Anche l’informazione si è evoluta a immagine e somiglianza dei social. I titoli dei giornali online sono molto differenti da quelli che leggiamo sui formati cartacei. Fateci caso: sono risposte già pronte ideate per prendere like.

E come i media ci imboccano con titoli dalla risposta semplice – per farci faticare di meno e cliccare di più – anche noi siamo lo specchio di un’umanità pigra. Pigra nell’informarsi, pigra nell’atto della ricerca. Addio al piacere squisitamente cavalleresco della quête. Come non ricerchiamo informazioni, ma solo titoli intriganti, anche l’amore è diventato troppo faticoso.

Allora perché vestirsi con cura e recarsi da qualche parte per incontrare l’imprevisto quando strumenti come Tinder mostrano:

  • il nostro lato migliore corroborato da tutta una serie di filtri fotografici,
  • i nostri interessi già messi in bella piazza,
  • la definizione di noi stessi in vetrina. Pronta in 5 minuti, come i quattro salti in padella.

 Allargare la propria rete di conoscenze su Tinder è facile e divertente: scorri verso destra se ti piace qualcuno, o verso sinistra se al contrario vuoi ignorarlo. Se qualcuno ricambia il tuo interesse, ecco una compatibilità! Potrai chattare online con gli utenti compatibili con te, lasciar perdere il telefono, uscire e scoprire qualcosa di nuovo nel mondo reale. È davvero così semplice!

L’autodefinizione di sé, tra l’altro, non solo distrugge il mistero della scoperta ma fornisce una pappa pronta davvero poco veritiera. Ma veramente sappiamo tutto di noi stessi tanto da poterlo elencare in una app? Credo sia solo un grosso malinteso. Credo ci sia ancora molto da scoprire oltre le frasi ben fatte e le etichette. Lasciamoci sorprendere!

Mentre una mia amica lamenta di non essere mai fermata in una bar con la scusa di accendere una sigaretta, e un mio amico si definirebbe smarrito se tornasse single (perché non ha neppure Facebook!), io mi chiedo quanto abbiamo perso con questa evoluzione digitale. Abbiamo guadagnato molto, abbiamo rotto ogni confine geografico. Eppure, non siamo mai stati così disillusi e distanti.

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eravamo scaltri predatori

C’erano gli amori sui mezzi prima di Facebook. Un mio conoscente era rimasto colpito da una ragazza che vedeva tutti i giorni sulla metro. Un giorno la fermò con una rosa in mano.

C’erano gli amori a scuola, quando scoprire anche solo il cognome della persona interessata era una missione in incognito con gli amici degli amici. Quando si prendeva di nascosto la costosissima macchinetta fotografica di famiglia per rubare anche solo uno scatto su cui poter sospirare il pomeriggio, tra una versione e un’espressione.

C’era quel dinamismo mentale che ci rendeva conquistatori, che ci faceva ideare piani assurdi per fa sì che quella determinata persona fosse nel nostro stesso luogo “casualmente”, solo per poter ottenere il trofeo più ambito: il suo numero di casa.

C’erano gli incontri improvvisi con l’oggetto del desiderio proprio quando indossavi una tuta vecchia e sporca perché stavi buttando l’immondizia la vigilia di Natale. E ti vergognavi perché nessuna foto modificata sui social ti avrebbe salvato il culo il giorno dopo. L’impressione che avevi fatto era quella dal vivo. Punto. What you see is what you get.

Oggi guardiamo tutti il cellulare, è difficile anche solo vedersi per strada.

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@AlessiaPizzi

Quando il desiderio ci rendeva creativi e ci tirava fuori forze inaspettate la nostra identità era molto più definita nonostante le numerose batoste da rifiuto. Anzi, forse proprio grazie a quelle!

Dietro un click su un profilo scelto per passare un sabato sera e procacciarsi la scopata settimanale o per trovare l’agognata anima gemella si nasconde l’insicurezza di un’umanità intera, o forse la mancata voglia di dover conquistare l’attenzione di qualcuno dicendo una frase intelligente o indossando un bel sorriso.

Oggi, per sentirci vivi, basta un click su un’app dove mostriamo la nostra migliore foto profilo. E se riceviamo un NO la delusione è minima, direttamente proporzionale allo sforzo impiegato. Si passa velocemente alla chat successiva scorrendo verso destra.

Senza rancore. Come sempre, Hakuna Matata.

Sei una creatura di prima scelta sopra il banco del reparto convenienza…

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comprare libri sulle donne

Ossessioni compulsive: comprare libri sulle donne

Tra le 7 meraviglie del mondo e i 7 peccati capitali si colloca un luogo di estatica perdizione. La libreria.

Questo accade soprattutto quando la libreria è collocata esattamente fuori dal tuo ufficio. O, peggio ancora, sulla strada verso casa. Quindi è praticamente inevitabile non incrociarla con lo sguardo.

Complice di questo attentato alle finanze è la bella stagione, che rende le giornate più calde, più gustose, più lunghe. Già ti immagini sulla panchina in pausa pranzo con il tuo nuovo libro tra le mani, sotto gli alberi accarezzati lievemente dalla brezza primaverile, gli uccellini cinguettanti eccetera eccetera eccetera.

Insomma, diciamo che l’immaginario aiuta e supporta i cuori di noi poveri consumatori incalliti. Noi librofili seppelliti dalla polvere, che in casa non vediamo più le mattonelle perché i libri sono sparsi accuratamente a terra, la maggese del pavimento, e abbiamo quell’ingenua speranza nel cuore che forse un giorno cresceranno tomi al posto della sporcizia…

comprare libri sulle donne

Fatto sta, o giudici, che ero entrata alla Mondadori per comprare un libro di David Grossman. Ne parlano tutti, da anni. La bibbia per i fan sembra essere “Che tu sia per me il coltello“. E dunque andava sperimentato.

Ora però va specificato che lo store ha una sezione dedicata alla questione femminile, o quiriti, e quindi è accaduto che ho speso 40€ comprando 4 libri. Ma Grossman non era tra questi.

Giuro che l’avevo preso! Ho anche chiesto alla commessa dove fosse… ma non poteva vincere contro 4 libri sulla questione di genere.

Quale apologia potrebbe scagionarmi? Attenuanti come carenza di cioccolata, stress lavorativo o fattori anagrafici:

Recenti studi dicono che le trentenni di oggi soffrono di una grave sindrome da shopping dovuta all’evidente mancanza di un figlio...

non possono bastare.

Passiamo quindi alla top 4 del peccato e non pensiamoci più.

comprare libri sulle donne

  1. Chi te ce manda. Ovvero “Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie. L’avrete trovata sui social in quanto autrice del discorso femminista che sta circolando come testo nelle scuole svedesi.
  2. Chi te c’ha mandato 2, la vendetta. “Quindici consigli per crescere una bambina femminista“. (Ve l’ho detto che recenti studi dicono che le trentenni di oggi soffrono di una grave sindrome da shopping dovuta all’evidente mancanza di un figlio...). Scherzi a parte, me l’ha suggerito Il Post. Obbedisco.
  3. Quando eravamo femmine” di Costanza Miriano. Secondo Catholic Herald la scrittrice cattolica più pericolosa del mondo. Questo era quasi un dovere comprarlo. Se non mi incazzo col cattolicesimo almeno una volta a settimana sto preoccupata.
  4. “L’infedele” di Ayaan Hirsi Ali, per i diritti delle donne e contro il fondamentalismo islamico.

L’Islam e le donne sono la mia nuova fissazione. In Italia se ne parla per lo più per la questione del velo. Come sempre ci attacchiamo alla forma e non alla sostanza, senza chiederci cosa pensino o provino queste donne. Dietro il velo.

Chiunque dica che la libertà non può essere comprata, non ha mai messo piede in una libreria.

Roberto-Saviano-festival-del-giornalismo-perugia-2017

Ci vuole coraggio a essere complessi. Parola di Saviano

La vita diventa come uno sparatutto: “non pensare, non fermarti, vai avanti”. 

Roberto Saviano spiega il coraggio della complessità schierandosi contro il click virale e le notizie facili.


Il messaggio lanciato dal programma del Festival del Giornalismo 2017 parla chiaro: il futuro dell’informazione è in mano al web. Lo dimostrano tutti i corsi volti a formare i giornalisti sugli strumenti dei Social Media e sul Brand Journalism.

Poi, al Teatro Morlacchi di Perugia arriva – deus ex machina – il disubbidiente coraggioso del mio tempo a svelare l’altra faccia delle fenomenali web news.

roberto saviano festival del giornalismo 2017
https://www.facebook.com/pg/journalismfest

Roberto Saviano parla del coraggio della complessità in un mondo dove le persone che non sanno fare niente diventano celebrità, mentre chi è capace viene disprezzato.

Al mercato importa che fai rumore, che generi condivisioni. Hai fatto un filmetto porno che è stato divulgato? Sei stato violato nella tua privacy? Meglio! Sarai celebre senza un perché e regalerai tanti guadagni a chi parlerà di te.

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L’impegno che conduce alla dignità, la fatica del percorso, svaniscono al cospetto dell’immediatezza, della botta di fortuna.

Lo scrittore porta come esempio Dan Bilzerian, che vuole “morire di figa” e si fotografa tutti i giorni con armi in mano e donne in braccio. Anche lui propone uno stile di vita facile, immediato, senza pensieri, ottenendo milioni di consensi. Persino tra le donne, che si propongono a lui dicendo di valere molto e quindi di meritare un pagamento all’altezza.

dan bilzerian

#KillingMeSoftly

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Per associazione di idee viene proposto un paragone con i ragazzi di Paranza, che riescono a guadagnare tantissimi soldi in pochissimo tempo spacciando droga, consapevoli di rischiare 20 anni di galera o addirittura la morte. Alla fine il filo conduttore è lo stesso: il guadagno facile, senza fatica. La vita breve ma intensa. A prescindere che sia all’insegna della legalità.

Saviano, in un Festival dove si insegna a comunicare social and fast, scardina ancora una volta i dogmi. Palesa come sia difficile fornire ai lettori contenuti di qualità quando vige il click facile, che non richiede lunghi tempi di ragionamento. E chissà se chi mette mi piace ai post di Dan si chiede come sia davvero la vita di chi sceglie di imbracciare le armi immerso in un lusso illegale, di chi preferisce morire giovane piuttosto che lavorare duramente per sopravvivere.

Noi ce la giochiamo. Chi conta muore presto.

Nell’informazione il concetto di fatica risparmiata non è poi così diverso. Chi si informa vuole metterci il minor tempo possibile. Meglio vedere un video divertente, che non necessita troppo sforzo.

Non è un caso quindi se le interviste a persone di talento ormai debbano essere manipolate per diventare rilevanti sui social. La Repubblica sta diffondendo un’intervista a Tiziano Ferro con titoli falsi, costruiti su parole mai proferite dal cantante: “Dopo il tour mi fermo, è il momento di un figlio“. Il video non riporta questa frase, la trascrizione dell’intervista nemmeno. Ma sotto i post su Facebook la gente scalpita, si schiera perché Tiziano è gay e l’idea che voglia un figlio crea dibattiti. Peccato che il cantante abbia parlato di tutt’altro e sia stato il giornalista a chiedergli se era interessato alla paternità. A quel punto Tiziano risponde , entro i 40 anni, ma questo è ben lontano dal diffondere un titolo falso, attira click, proponendo un’informazione errata solo per rendere interessante un pezzo che ormai non suscita più curiosità. Cosa gliene frega alla gente dei valori di Tiziano? Del disco di Tiziano? Dei propositi di Tiziano? Alle persone importa solo che è gay e magari vuole un figlio. Allora sì che il contenuto frivolo diventa davvero degno di attenzione per che coloro ovviamente non hanno letto l’articolo o visto il video, ma sono attirati esclusivamente da un titolo FALSO. E parlano, parlano, parlano (o meglio: postano, postano, postano…).

Poco male, penserete, quando alla fine si parla di questioni soft. Ma lo stesso discorso si può applicare ad articoli di informazione relativi alla salute, come quelli sui vaccini.

Ci vuole tempo per capire le cose complesse, ci vuole attenzione.

La vera missione oggi è informare con semplicità. La vera abilità risiede nel raccontare le cose più difficili con parole chiare per arrivare a tutti i lettori. Purtroppo, in un Paese come l’Italia, a una burocrazia dal linguaggio oscuro si contrappone una comunicazione talmente banalizzante che nemmeno mette a confronto le parti. A volte scarta semplicemente l’informazione più complessa, proponendo ai fruitori la versione più digeribile. Quella che si evince da un titolo, magari errato.

L’informazione take away, la pappa pronta. Il mi piace senza pensieri, Hakuna Matata.

E così sia?

La morte si fa bella (con Taffo)

C’è stato un tempo in cui, quando passava il becchino del paese, la gente si toccava le parti basse per scaramanzia. Posso affermarlo con certezza, perché avevo un amico becchino.

Questo perché la signora Morte, un po’ per la sua ineluttabile imprevedibilità, un po’ perché solitamente genera nei superstiti la foscoliana corrispondenza di amorosi sensi, viene sempre allontanata con paura dai viventi.

Tuttavia, nell’era in cui tutti possono avere una vetrina e chi ha l’occhio lungo abbraccia i servizi di Facebook & Co. senza troppi indugi, anche le ditte di pompe funebri vogliono ritagliarsi il proprio spazio nel mercato della visibilità. Del resto non conosceranno mai la crisi, a meno che non si venga a realizzare quello sciopero della morte ideato da Josè Saramago in un ostico libro intitolato “Le intermittenze della morte“.

Per quanto sarei curiosa di conoscere le spiegazioni della Chiesa in merito a una possibile vita eterna – senza morte – sulla Terra, non credo che il pericolo raccontato dal Nobel portoghese sia dietro l’angolo. La morte è ancora trendy e stenta a diventare old fashioned.

E Taffo Funeral Services ne sa qualcosa.

taffo pubblicità

C’è chi fa il social media manager e chi crea. Chi gestisce profili social seguendo pedissequamente i dettami del cliente tradizionalista e chi prende un piccolo marchio e lo rende una star.

E poi, c’è anche chi fa tris. Crea, rende un piccolo marchio una star, ma soprattutto rende divertente qualcosa che solitamente spaventa. La signora Morte, appunto.

Per la garbata irriverenza e la voglia di osare l’agenzia KirWeb si merita il titolo di Disubbidiente Coraggiosa.

Il merito di Taffo non è solo quello di aver reso una piccola agenzia di pompe funebri uno “stile di vita” (cito testualmente dai commenti sotto ai loro post), ma anche quello di saper giocare con tematiche forti, sociali, pur restando sempre in tema e senza mai sfociare nel banale.

Ho apprezzato molto sia le loro campagne contro l’omofobia, sia quelle contro i piromani. Più recentemente è arrivata la battuta anche sull’infelice frase di Abid Jee sullo stupro di Rimini. Non mancano iniziative legate all’intrattenimento, come la collaborazione con Netflix per l’uscita del film Death Note: su yourdeathnote.it si può inserire un nome nella black list e ricevere l’epitaffio (divertente) firmato Taffo.

Il tweet dichiarava: TE POSSINO AMMAZZÀ

abid jee taffo

 

Insomma, sarà che il cognome dei fratelli Taffo è tutto un programma, se pensate che in greco antico tafos vuol dire sepoltura, ma nel Centro Italia quando si parla di lutto viene in mente solo un nome, e quel nome è proprio Taffo, accompagnato da un sorriso.

Taffo cavalca l’onda dei trend quotidiani dicendo la sua.

La comunicazione diventa arte quando riesce a raccontare qualunque argomento senza annoiare. E per me Taffo sta realizzando una case history incredibile in fatto di gestione dei social, specialmente in un Paese dove c’è ancora molta reticenza quando si tratta di allocare budget in canali di questo genere.

È stato un piacere ascoltare Riccardo Pirrone al Web Marketing Festival di Rimini: un intervento, che come abbiamo modo di ribadire con gli altri presenti:

Non ci saremmo persi MANCO MORTI!

Se l’agenzia si distingue per abilità, il più grande merito comunque va ai fratelli Taffo, che si sono affidati lasciando carta bianca a chi ha saputo rivoluzionare non solo la loro brand reputation, ma il modo di parlare sui social senza essere ingessati e omologati.

disabili in italia

Disabili in Italia: addio ai patetismi con le Witty Wheels

I disabili in Italia vengono trattati come dei “poverini”. Due sorelle blogger raccontano con ironia i limiti del nostro Paese e l’esperienza all’estero.

Elena (21) e Maria Chiara (26) sono tornate nella campagna marchigiana, dove le buche non rendono facile la vita in carrozzina, dopo un soggiorno a Londra, “una parentesi rosa di multiculturalità e relativa liscitudine.

Non le ho intervistate perché “La disabilità non ha tolto loro il sorriso e la voglia di vivere“, come ha scritto qualche collega giornalista, ma perché raccontano sul blog Witty Wheels (Ruote Argute) i veri problemi della disabilità, senza i soliti patetismi.

Lo conferma la parodia di Occidentali’s Karma, che me le ha fatte conoscere.

– Italia vs Inghilterra: nella parodia cantate “mettimi una rampa”. Come viene supportata la disabilità nei due Paesi?

Maria Chiara: L’Inghilterra, pur con le sue criticità, è un’isola felice, sia per l’accessibilità che per i servizi di assistenza. Tutti i taxi e gli autobus di Londra sono accessibili, così come ogni ufficio pubblico e una discreta parte dei negozi. L’assistenza personale è un diritto più garantito che da noi, anche se subisce sempre attacchi e tagli dai vari governi.

L’Italia è un altro mondo: siamo beneficiari più di carità che di diritti. Banche e studi medici non accessibili sono la norma. Per i negozi la situazione è ancora più tragica. Prevale la mentalità per cui è giusto che un privato sia libero di non mettere una rampa nel proprio locale. Per quanto riguarda l’assistenza, i fondi vengono erogati in genere col contagocce, in modo discontinuo e a macchia di leopardo, spesso facendo capo a progetti macchinosi e pieni di vincoli, e comunque non sufficienti a coprire le spese. Se non sei autosufficiente la libertà e l’indipendenza te le devi pagare in gran parte di tasca tua.

– Ablesplaining: 3 esempi tipici.

Elena: Per spiegare l’ablesplaining mi rifaccio al concetto di “mansplaining”, che avviene quando un uomo “spiega” un argomento a una donna, senza avere più competenze di lei, credendosi superiore e spesso interrompendola mentre parla. Purtroppo è un fenomeno molto diffuso, ma l’ablesplaining ancora di più perché la concezione dei disabili è ancora più retrograda della concezione della donna. Qualche esempio:

  1.  Uno sconosciuto che mi dice dove devo andare, dandomi indicazioni non richieste su come guidare la mia carrozzina.
  2. Un’assistente che mette in dubbio le mie indicazioni su come svolgere il suo lavoro.
  3. Una persona non disabile che mi suggerisce di definirmi “diversamente abile” invece che “disabile”.

L’ablesplaining sottintende che la persona disabile venga sottovalutata e che alla sua esperienza e alle sue competenze sia dato poco valore.

– Stereotipi e drammi alla Barbara D’Urso: esempi per sorridere, incazzarsi, riflettere.

Maria Chiara: Una differenza lampante tra inglesi e italiani è il fatto che in genere i primi si rivolgono al disabile in carrozzina senza problemi, mentre i secondi tendono a parlare con qualunque essere camminante sia in tua presenza. 😎

A volte mi sento dire da estranei per strada cose come “Poverina”. Chi lo dice, si crogiola nella propria presunta “fortuna”, senza sforzarsi di capire e conoscere realtà anche solo un po’ diverse dalla propria esperienza. I media di solito non aiutano a costruire un sentire comune più puro e libero da stereotipi: come diciamo nella parodia, “siam gente poverina“. 🙂

Una volta una mia assistente all’università ha adocchiato un ragazzo in carrozzina che non conoscevo e ha iniziato ad ammiccarmi, darmi gomitate, dirmi sottovoce di avvicinarmi a lui. Io non capivo, perché lei non era il tipo di assistente che faceva commenti sui ragazzi, quindi mi chiedevo se fosse impazzita. Poi ho realizzato con disagio che nella sua testa io e lui costituivamo un match in virtù delle sole nostre ruote.

witty wheels disabili in italia
Maria Chiara in questa foto, Elena in Copertina

– Storie londinesi: miti e leggende urbane. “Come fanno a vivere da sole due ragazze disabili?”

Elena: Dipende. Se non sei autosufficiente e quindi hai bisogno di assistenza per poter svolgere le tue funzioni vitali, è necessario avere la famigghia che ti supporta nelle spese. La categoria “studenti disabili all’estero” non è proprio contemplata e sono previsti pochissimi fondi. Ci sono dei fondi per chi va in Erasmus, ma non per chi frequenta un’università straniera. I fondi sono il problema principale, ma a livello di accessibilità Londra è messa abbastanza bene.

– Lavoro e studio: pregiudizi, figuracce altrui, sensibilità.

Maria Chiara: Non ho mai vissuto particolari pregiudizi a scuola o all’università, con l’eccezione di alcuni insegnanti nuovi che all’inizio si rivolgevano alla mia assistente invece che a me: si avverte spesso il fatto che i disabili vengono sottovalutati in partenza. Per quanto riguarda la sensibilità (anche se preferisco parlare di accoglienza e adattabilità) il mio esempio preferito è il mio maestro delle elementari, che organizzava tanti piccoli accorgimenti concreti per rendere ogni attività il più inclusiva possibile.

Tutti i maestri erano inclusivi. L’insegnante di ginnastica adattava gli sport di squadra in modo che avessi sempre un ruolo e l’insegnante di musica ha adattato per me un balletto di gruppo. Insomma erano avanti per gli anni ’90. Il maestro Nando, però, aveva una creatività particolare: mi ha anche comprato pastelli e matite con la punta più morbida in modo che potessi colorare senza stancarmi. Ero davvero viziata. 😀

– Assistente: costi, requisiti, criticità.

Maria Chiara: L’Assistente Personale è la chiave per la libertà e l’autodeterminazione di molte persone disabili: mi sostituisce in quello che non riesco a fare fisicamente. In linea con la filosofia della Vita Indipendente, nata intorno agli anni ’60 del secolo scorso, non si tratta di un servizio calato dall’alto e standardizzato, ma tarato sulle necessità della persona disabile, che diventa datore di lavoro senza tramiti quali cooperative ecc., e si occupa della selezione e del training dell’assistente. Tutto questo per consentire alla persona la massima libertà di scelta: da chi farsi aiutare, come e quando. I requisiti del buon assistente personale sono elasticità, riservatezza, buona attitudine all’ascolto ed empatia.

I costi variano in base alle necessità. Chi è in parte autosufficiente potrà spendere circa 500 euro al mese per farsi aiutare con i lavori domestici e le commissioni. Le spese di chi non è autosufficiente possono arrivare a 2000 euro al mese o più. È un concetto liberatorio e fondamentale per molte persone disabili. Il problema è la mancanza di fondi, o meglio la mancata allocazione di fondi per questi progetti.

Al momento purtroppo sono pochissime in Italia le persone che fanno una vera Vita Indipendente.

Spesso e volentieri si devono integrare cifre sostanziose di tasca propria, per chi può permetterselo, oppure fare a meno di ore preziose di assistenza, come accade nella maggior parte dei casi.

I soldi in realtà ci sarebbero, ma pochi vengono dati direttamente in mano ai disabili. La maggioranza dei fondi viene incanalata per finanziare le cooperative di assistenti o istituti segreganti come le RSA (entrambe, incidentalmente, soluzioni più costose rispetto alla Vita Indipendente, poiché prevedono ingenti costi di gestione). Ci sono tanti attivisti che si impegnano anima e corpo per aumentare i fondi per la Vita Indipendente, ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Abbiamo bisogno del sostegno anche di chi non è disabile. È una battaglia troppo grande perché possa risultare efficace restando sola prerogativa di chi è direttamente coinvolto.

 

Per saperne di più:

Witty Wheels: Due Sorelle in Carrozzina

Witty Wheels su Facebook
fino-all-osso- anoressia film

Fino all’osso: tutta la verità sull’anoressia in un film

To The Bone, “Fino all’osso”, è un impressionante film sull’anoressia.

Se siete persone a cui non piace guardare la verità in faccia, questo film non fa per voi. Se invece siete curiosi di saperne di più su una patologia che in Italia affligge circa tre milioni e mezzo di persone, con ottomila casi nuovi e tremila vittime circa all’anno, allora dovreste proseguire con la lettura e valutare se è il caso di vedere questo film.

Ellen (Lily Collins) ha vent’anni e una famiglia terrificante: la madre ha lasciato il padre per mettersi con la sua migliore amica tra una nevrosi e l’altra, mentre il padre (mai comparso nel film) si è risposato con una donna di strette vedute. L’unico personaggio positivo è quello della sorellastra.

Le tre mamme vogliono far guarire Ellen dall’anoressia, ma a lei non sembra interessi molto. Dopo essere passata da un programma di recupero all’altro, approda tra le mani di un medico interpretato da Keanu Reeves, che la spedisce in una casa con altri pazienti, anche di sesso maschile. Non ci sono solo ragazze anoressiche, precisiamolo: l’anoressia colpisce anche gli uomini.

Questo film espone la cruda verità sull’anoressia. Non tanto per le scene in cui si riprendono i corpi scheletrici, quanto per quelle che ritraggono le ossessioni quotidiane come:

  • La conoscenza e il conteggio delle calorie ingerite o ingeribili;
  • La smania di correre per smaltire (anche al chiuso, nella propria stanza) o di fare gli addominali di nascosto (anche a letto) procurandosi dei lividi sulla spina dorsale;
  • Nascondere il vomito in una busta sotto al letto.

Un’altra scena tremenda è quella in cui Ellen è al ristorante: mette in bocca il cibo e poi lo risputa nel fazzoletto, mentre parla amabilmente col suo amico, come se niente fosse. Inoltre si evince che un forte dimagrimento induce il corpo a produrre moltissimi peli per proteggersi. Quindi la protagonista indossa sempre le maniche lunghe per coprire i peli lunghi e sottili che le sono cresciuti sulle braccia.

Fino All’osso va oltre la denuncia della società che propina modelli di bellezza irraggiungibili e inappropriati, puntando i riflettori sul paziente circondato da persone che vogliono guarirlo in nome della gioia di vivere. Un sentimento di cui la protagonista non si capacita e che nessuno può inculcarle a forza.

Il film sull’anoressia di Marti Noxon (la sceneggiatrice di Buffy, L’Ammazzavampiri), con umorismo e onestà, manda al pubblico un messaggio molto importante: la malattia si può superare quando è il paziente a decidere di voler vivere.

Finché è la famiglia di Ellen a volerla in salute, ogni tentativo è vano. Ma quando il dottore spinge la ragazza a toccare il fondo lasciandola andare via dalla casa, con il rischio di morire di stenti da un momento all’altro, e persino la madre arriva a dirle che accetterà la sua morte se è quello che vuole,  Ellen inizia a reagire.

Di fronte alla rinuncia di tutti, Ellen capisce che solo a lei deve interessare davvero vivere, non sono gli altri che devono combattere per la sua sopravvivenza.

Questo film mi ha ricordato molto la serie tv Tredici: nell’ultimo episodio Hannah, prima di suicidarsi, incolpa lo psicologo della scuola di non fare nulla per lei, di lasciarla andare. Anche Ellen si sente abbandonata da tutti ma, a differenza di Hannah, invece di perdere tempo a registrare cassette per dare una lezione post mortem ai suoi amici, va a ricercare se stessa scalando un monte.

Solo ad un passo dalla morte capisce di voler andare avanti, ma almeno lo capisce. L’anoressia di Ellen batte la depressione di Hannah 1 a 0. Senza contare che in Tredici la parola “depressione” non viene nemmeno menzionata.

Ci sono forze più grandi del vittimismo, del senso di abbandono, e persino della patologia. Sono forze interne di cui a volte ci dimentichiamo, quelle che possono darci l’input a reagire.

Eppure, come Tredici, anche Fino all’Osso sta suscitando molte polemiche in America, con l’accusa di rendere GLAMOUR i disturbi alimentari. Ma quello che fa Marti Noxon non è altro che raccontare una storia, peraltro autobiografica, forse proprio per esorcizzarla, e, allo stesso tempo, informare chi non ha avuto la sfortuna di conoscere da vicino questa malattia impietosa.

bambine ribelli - letterature festival

Nuovi modelli di eroismo per le bambine ribelli

Il 21 Luglio il Festival delle Letterature ha salutato la Basilica di Massenzio con una serata tutta al femminile.

Aprono l’evento le note di chitarra classica di Elettra Bargiacchi e le letture di Valentina Cervi. La favole proposte sono un po’ particolari. Non raccontano storie di principesse in difficoltà, di draghi e di principi salvatori, bensì le vite di donne straordinarie: sportive, giornaliste, ma non solo. Anche le vite di donne comuni che, facendo cose ordinarie, hanno rivoluzionato il mondo con la loro intelligenza e la loro passione.

Ospiti d’onore di questo ultimo incontro sono infatti le autrici del bestseller Mondadori “Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli”, un libro che racchiude le vite di 200 donne famose, riscritte in chiave favolistica, e che rappresenta il caso editoriale dell’anno. È stato infatti il libro più finanziato su Kickstarter, nota piattaforma di CrowdFunding.

Coraggio e fiducia sono le parole chiave delle pagine di questo libro, piacevole da leggere e bello anche da vedere, visto che è stato illustrato dalle artiste di tutto il mondo.

Elena Favilli, giornalista e imprenditrice, e Francesca Cavallo, scrittrice e regista teatrale, portano sul palco due testi inediti. La prima ha incantato il pubblico con un dolcissimo racconto di infanzia dedicato a J.K. Rowling, autrice di Harry Potter. Un omaggio da fan e da scrittrice, in cui è stato esaltato l’amore per la realtà come input per l’immaginazione. Dall’incipit di Harry Potter veniamo trasportati nella natura toscana dove è cresciuta Elena, viviamo con lei l’adolescenza di una ragazza a cui piace leggere e scrivere, e che ha reso queste passioni il suo mestiere fondando Timbuktu, un magazine su Ipad per bambini.

Nessuno notò il grosso gufo bruno che passò con un frullo d’ali davanti alla finestra…

Quando è il turno di Francesca Cavallo, però, il tenero idillio di Elena lascia spazio alla questione di genere, raccontata in prima persona dalla collega. Con ironia, eleganza e chiarezza Francesca ha commosso gli spettatori esponendo la sua esperienza con il femminismo, una parola che rifugge sofferente i vecchi stereotipi (le femministe non si lavano e non depilano) e che oggi porta con sé ben altri significati.

In pochi minuti Francesca spiega la sua storia di bambina, che vede le donne della sua famiglia pulire e cucinare e gli uomini mangiare e chiacchierare; di ragazza, che vede privilegiare il compagno maschio nella scuola di teatro; e di donna, a cui gli uomini fanno battutine a sfondo sessuale invece di considerarla come un’imprenditrice. Con il suo discorso ha riassunto tutti gli stereotipi di cui è vittima il nostro Paese per retaggio culturale.

Luoghi comuni a cui non facciamo caso e che naturalmente vengono interpretati come la cosa giusta e normale, poiché l’unica proposta.

Immancabile la menzione al libricino di Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi”. Un volumetto che, con la stessa elegante semplicità del discorso di Francesca, ha dato luce al nuovo significato dell’essere femministi:

Un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, uomini e donne, dobbiamo fare meglio.

C’erano molte bambine tra gli spettatori. Sono bambine fortunate perché avranno l’opportunità di rispecchiarsi in nuovi modelli di eroismo femminile. Con i programmi scolastici c’è ancora molto lavoro da fare, ma almeno esistono eventi di questo tipo per informare e aprire nuovi orizzonti di comprensione e dialogo tra i generi.

Forse la serata è stata anche una risposta indiretta alle critiche che ha ricevuto il libro, poiché indirizzato alle sole bambine, definite peraltro ribelli. È vero che che le donne non dovrebbero essere trattate come una fauna a parte, per dirla con Oriana Fallaci, ma è pur vero che è stato così per molto tempo.

Pubblicare un libro per offrire alle bambine nuovi modelli femminili è una provocazione nei confronti degli innumerevoli modelli maschili, come anche l’aggettivo “ribelli”. Certo, in un mondo perfetto un bambino può ispirarsi a Marie Curie e una bambina ad Einstein, ma per ora direi che anche solo il tentativo di proporre alle ragazze qualcosa di diverso dalla fallocrazia, e dunque considerabile “ribelle” rispetto al canone secolare, sia comunque apprezzabile!

bambine ribelli – letterature festival 2017
bambine ribelli – letterature festival 2017
femminicidio 2018 - sergio battista

La voce delle donne: un libro fotografico contro la violenza di genere

“La voce delle donne” è un progetto fotografico, realizzato da Sergio Battista, che dà voce all’universo femminile per abbattere violenze fisiche e psicologiche.

Proprio qualche giorno fa mi sono sentita dire: Ma chi te lo fa fare?

L’interlocutore si riferiva alla smodata attenzione che dedico alla questione di genere e, specificatamente, alla violenza sulle donne. Sarebbe bello vivere in un mondo dove le donne vengono maltrattate solo nelle serie tv, come nella recente The Handmaid’s Tale. Sarebbe bello se fosse solo una distopica invenzione dell’estro di qualche scrittore. Ma non è così.

Parole come femminicidio e violenza domestica sono entrate nel linguaggio comune a causa della costante presenza delle donne nella cronaca nera.

Non è smettendo di parlarne che potremmo illuderci di aver vinto questo male.

Non è pensando che al mondo ci sono mali peggiori che potremmo sfuggire al peso che grava sulle nostre teste in quanto società definita “civile”, che poi tanto civile non è. L’unica cosa che possiamo fare è parlarne con chiarezza, senza scadere nel patetismo o nei luoghi comuni che i giornali amano tanto quando parlano di “delitti passionali”, “fidanzati troppo gelosi” e “fidanzate troppo belle”.

Se è lo stereotipo inconscio di una società patriarcale ad instillare in alcuni uomini la certezza di poter sfigurare con l’acido la compagna che lo ha appena lasciato, non è con le frasi stereotipate che si può creare un dialogo costruttivo. Il fatto che gli uomini esercitino violenza sulle donne altro non è che un retaggio, più o meno inconscio, che prevede l’oggettificazione della donna.

Negli ultimi 10 anni solo in Italia abbiamo avuto 1740 femminicidi, e il numero sale di giorno in giorno. Inoltre basta osservare con attenzione i rapporti uomo-donna, soprattutto in ambito familiare, per capire che c’è qualcosa che ancora non funziona come dovrebbe. Si rilevano, ancora ai giorni nostri, rapporti distorti da soggezioni di genere oramai desueti e mancanze di rispetto. Credo che il femminicidio sia solo la punta dell’iceberg, l’evento drammatico che tutti vedono, mentre i condizionamenti culturali spesso non sono evidenti e vengono sottovalutati dalle stesse donne, pur essendo il fondamento delle violenza fisiche e sessuali.

La forza delle donne? È mettersi in gioco.

Ci sono molte donne che raccontano le donne. Ma trovo ancora più interessante quando sono gli uomini a voler raccontare la violenza subita dalle donne. La voce delle donne – considerazioni al femminile riguardo alla violenza di genere è un progetto fotografico firmato da Sergio Battista. Nella pubblicazione di 70 pagine si trovano due sezioni:

  • Le Confidenze”, in cui 21 donne sono state fotografate e hanno scritto un testo con le loro considerazioni sulla violenza di genere (sia fisica che psicologica);

Ho coinvolto donne dai 20 anni agli over 50, di professioni e condizioni diverse e con esperienze di vita differenti. Ho iniziato a contattare le mie conoscenti che, entusiaste del progetto, mi hanno presentato alcune loro amiche. Così siamo arrivati a 21 partecipanti che si sono prestate sia con la loro immagine, che con i loro pensieri. Le ringrazierò sempre per averci messo la faccia con eleganza e determinazione ponendo le basi per la creazione di un lavoro profondo ed emotivamente importante.

  • Le Grida”, 18 fotografie in bianco e nero scattate durante la manifestazione “Non una di meno” del 26 Novembre 2016 a Roma.

La violenza nell’immaginario comune rende vittime: chi sono le protagoniste del libro?

Le donne presenti nel libro hanno manifestato il fastidio per alcuni atteggiamenti, comportamenti culturalmente codificati dei quali spesso neanche comprendiamo quanto possano essere molesti. Loro hanno manifestato ed incitato alla consapevolezza femminile, al coraggio e alla denuncia. Sono parole di donne sensibili e al contempo coraggiose – tipici tratti del femminile – che, immerse in questo contesto culturale ancora troppo patriarcale, dicono la loro guardando l’interlocutore di turno dritto negli occhi. Credo che La Voce delle Donne sia un libro che può essere fonte d’ispirazione per le donne, ma fondamentale da leggere per gli uomini.

Violenza fisica, ma anche psicologica: quella fatta di “occhiolini” e pregiudizi. L’una più manifesta, l’altra più latente: quale è la forza delle donne, in tal senso, agli occhi di un uomo che le immortala?

Penso apertamente che il ritratto fotografico sia la rappresentazione di un’incontro; un incontro fugace dove si cerca di carpire il più possibile del soggetto con gli strumenti che abbiamo a disposizione: attraverso le nostre esperienze, i film che abbiamo visto, i libri che abbiamo letto, le immagini mentali che ci hanno sostenuto, le storie che abbiamo vissuto. Ne consegue che il soggetto viene necessariamente investito dal vissuto del fotografo. Detto questo, dopo aver condotto 21 sessioni fotografiche finalizzate a questo progetto, credo di poterti dire che la forza delle donne, o meglio, di queste 21 donne, sia il mettersi in gioco, la capacità di scavare nel proprio vissuto, il coraggio di dire la propria versione dei fatti ma sempre con garbo e con una grande sensibilità. Semplicemente da donne.

Il libro sarà presentato a Roma, presso il Teatro Marconi, il 18 luglio alle ore 19.30.
manuale per aspiranti blogger - anna pernice

Manuale per aspiranti blogger: comunicare è un’arte

Anna Pernice racchiude la sua esperienza di giornalismo e marketing in un interessante Manuale per Aspiranti Blogger.

Una delle grandi rivoluzioni del web è stata quella di regalare a tutti la possibilità di scrivere e farsi leggere. Dai contenuti sul blog alle interazioni sui social, grandi marchi e personaggi famosi entrano in contatto con lettori/utenti/fruitori senza avere più bisogno della figura del giornalista.

Ora tutti possono fare domande pubblicamente.

La democratizzazione regalata dal mondo digitale ha reso possibile la nascita e la definizione di figure come quelle dei blogger, e nella fattispecie, degli influencer. Persone che raccontano, che fanno storytelling (di vari brand o di se stessi).

Diventare blogger, per quanto sia immediato grazie a CMS come wordpress, non è una cosa semplice. Lo dimostra il fatto che anche gli esperti dell’informazione oggi studiano la comunicazione digitale per sapere usare i social e siti online.

Reduce dal Web Marketing Festival di Rimini non posso che confermare questo pensiero.

Naturalmente in questo contesto dinamico si manifesta la necessità nuova di pubblicare libri sui blog, volumi che prima erano disponibili solo in inglese. Quello di Anna Pernice, Manuale per Aspiranti Blogger, è molto immediato e offre in maniera ordinata tutti i precetti base per usare gli strumenti del mestiere, ma soprattutto per rendere il blogging una vera e propria professione, come nel caso stesso del suo blog TravelFashionTips.

Lavorando con una redazione online mi trovo quotidianamente alle prese con persone di tutte le età che devono passare da wordpress ai social per condividere i propri articoli. Molte cose che do per scontate, lavorando nel settore digitale, come le dimensioni delle immagini o l’utilizzo di link interni/esterni, non vengono spontanee a tutti. Per non parlare della condivisione sui social a nome del brand. La gestione di profili aziendali è tutt’altro che semplice, come tutt’altro che banale è scrivere un post in pochi caratteri per emozionare il pubblico.

Ci sono vari media per condividere “socialmente” le proprie esperienze, ma ognuno di essi va utilizzato con una certa cura. E Anna lo spiega davvero bene, partendo dalla lezione di base, come aprire un blog, a quella finale, come sponsorizzarlo per guadagnare (in linea con il fisco, s’intende). Anche perché oggi credo che possano vantare traffico esclusivamente organico solo i social di Lercio

Informare è un dovere, comunicare è un’arte.

Ci vuole disciplina e attenzione, ma anche un pizzico di psicologia. Essere blogger oggi non significa solamente divertirsi con la scrittura sul web, ma vuol dire potenzialmente diventare promotori di se stessi, investire su se stessi. E allo stesso tempo informare, visto che oggi i social networks (twitter su tutti) sono diventati il primo canale per avere news in anteprima. Lo sanno le agenzie di stampa e credo inizino a capirlo anche i giornalisti, che stanno cercando di aggiornarsi.

Diventare blogger oggi è una delle scelte più vicine al giornalismo se si racconta la verità.

Intimamente spero anche che il costante esercizio di scrittura renda tutte le persone che si avventurano in questo mondo dei writer più curiosi e consapevoli. Il futuro del giornalismo e della parola risiede nel web. Rendiamo il web un luogo adatto all’informazione genuina.

anna pernice - manuale per aspiranti blogger
Anna Pernice e il suo libro edito da WebBook

bibliofeb roma

A Roma nasce Bibliofeb, la biblioteca per bambini creata dai genitori

La biblioteca è libertà.

C’era una volta una scuola con una biblioteca. Questa biblioteca un giorno fu smembrata per fare spazio all’aula di informatica e tutti i suoi libri furono dispersi nell’istituto. I bambini, così, persero la possibilità di poter crescere tra i libri, di poterli conoscere e sfogliare gratuitamente. Questo anche perché nel quartiere non c’era un’altra biblioteca per bambini a cui rivolgersi.

Perciò alcuni genitori molto coraggiosi e motivati unirono le forze per far nascere una nuova biblioteca, che non fosse solo aperta agli studenti dell’Istituto scolastico, ma a tutto il territorio. Con tanta fatica e tanta passione riuscirono a ottenere un’aula nella scuola, la arredarono con amore e la riempirono di libri. Da quel momento tutti i bambini furono liberi di girare per la Bibliofeb, questo il nome della nuova biblioteca, e di partecipare a tutti i suoi eventi culturali.

L’aula divenne un luogo di incontro per grandi e piccini e tutti vissero felici e contenti.

Vi piace questa favola? E se vi dicessi che è una storia vera?

biblioteca per bambini roma bibliofeb

La Bibliofeb si trova nel II Municipio capitolino e, più precisamente, nell’Istituto comprensivo Falcone Borsellino. È stata inaugurata lo scorso marzo.

Come mi raccontano Francesca Morpungo e Arianna Terzi, l’idea risale al 2014, anno in cui fu fondata l’Associazione Genitori Falcone Borsellino per far fronte alle varie problematiche della scuola. Con i fondi raccolti durante un mercatino di Natale nacque l’idea di ricostituire la biblioteca scolastica, grazie anche al supporto dell’Associazione PG Terzi, e di aprirla a tutti visto che le biblioteche di Villa Leopardi e Villa Mercede sono piuttosto distanti.

“Mentre cercavamo di farci assegnare lo spazio dalla scuola c’è stato il bando ACEA di Roma. Abbiamo ottenuto l’aula  dal preside e il patrocinio dal Municipio e dal Comune di Roma. Infine abbiamo vinto anche il bando. Quindi abbiamo firmato una convenzione con la scuola per gestire la biblioteca di pomeriggio. Il martedì e il giovedì è aperta dalle 16.45 alle 19, mentre il mercoledì e il venerdì spesso ci sono dei laboratori, come letture animate e presentazioni di libri per bambini. La gestione è basata sul volontariato per cui a volte è difficile tenere aperto tutti questi giorni.”

biblioteca per bambini roma bibliofeb

“Questo progetto è il frutto di un bel concorso di forze. Il Municipio si è persino offerto di ristrutturare l’aula, che a detta dei bambini ora “è la più bella della scuola“. I tempi di gestazione dopo aver vinto il bando sono stati lunghi. Dalla vittoria, nel luglio 2015, abbiamo ricevuto i libri solo a gennaio 2017. Il catalogo, che attualmente consta 1000 volumi, è stato arricchito dalle donazioni dei genitori e dalla biblioteca precedente. Vorremmo ampliare il numero dei libri e del personale.”

Il team attualmente è composto da venti persone, quasi tutte donne, molto fiere del risultato ottenuto.

I bambini finalmente hanno “la libertà di sbagliare lettura“, di sperimentare, in una biblioteca realizzata su misura per loro, dove non mancano le stesse icone utilizzate dalle biblioteche di Roma, per regalare ai piccoli fruitori la familiarità con il luogo di cultura.

wonder woman 2017

Piccole amazzoni crescono (Wonder Woman)

Il messaggio di Wonder Woman 2017 è molto chiaro: bisogna credere sempre nelle proprie capacità, anche quando si ha paura di deludere gli altri.

Ammetto di non essere una grandissima fan dei supereroi. Quindi gli appassionati Marvel e Dc non troveranno in questo articolo la critica di un’esperta.  L’unico motivo per cui sono andata a vedere Wonder Woman è la mia passione per l’universo femminile.

Inoltre, dopo aver letto che alcune donne sono scoppiate a piangere durante alcune scene del film, volevo assolutamente saperne di più.

Partiamo dall’inizio. Prima di Wonder Woman 2017 conoscevo e ricordavo solo la serie televisiva anni Settanta. Non avevo idea che origini dell’eroina fossero legate alle amazzoni e questo mi ha totalmente spiazzata.

In totale sono tre ore di film, ma non pesano. In alcuni momenti ho avuto l’impressione che si stesse esagerando un po’, ma del resto gli americani lo fanno spesso.

Diana Prince altro non è che Diana di Themyscira, figlia di Zeus e della regina delle Amazzoni, la fantastica Ippolita. La prima ora di pellicola in cui viene descritta la vita delle amazzoni e la crescita di Diana è splendida.

La piccola dimostra subito la voglia di voler essere addestrata nonostante la reticenza della madre. Una disubbidiente coraggiosa da subito, insomma.

Talmente disubbidiente da lasciare la sua isola paradisiaca per seguire uno sconosciuto e andare a caccia del dio Ares, che sta portando la guerra nel mondo.

Il coraggio di Diana viene da una sensazione interiore: quella di sapere quando è il momento di andare, anche se questo significa ferire i propri cari. In questo caso sua madre, che fa molta difficoltà ad accettare il destino da eroina della figlia.

Se io rimanessi chi sarei?

Il bello di questo personaggio (oltre al fascino dell’attrice Gal Gadot) risiede proprio nella determinazione di Diana. Di fronte al team di uomini che le dice di lasciare perdere perché “non si può salvare tutti”, lei va per la sua strada, totalmente consapevole delle proprie capacità, anche se le sta sperimentando per la prima volta.

È la terra di nessuno, dice il suo compagno di avventure, “No man’s land” in inglese. Ma lei la salva comunque. La attraversa schivando bombe e proiettili, because she’s not a man.

wonder woman 2017

E questo è un bel messaggio da trasmettere, cioè quello di seguire sempre le proprie risorse interiori, anche quando gli altri ci dicono che un’impresa è impossibile.


SAPEVATELO

Il nome greco Ἀμαζών (amazòn) è di dubbia etimologia. Potrebbe significare “senza seno“. Secondo alcune fonti mitografiche, infatti, le Amazzoni si mutilavano la mammella destra allo scopo di tendere meglio l’arco. Molti autori invece ritengono che l’occultamento o la mutilazione degli attributi femminili venissero effettuati per migliorare le abilità guerresche, comunemente reputate qualità maschili.