Fino all’osso: tutta la verità sull’anoressia in un film

To The Bone, “Fino all’osso”, è un impressionante film sull’anoressia.

Se siete persone a cui non piace guardare la verità in faccia, questo film non fa per voi. Se invece siete curiosi di saperne di più su una patologia che in Italia affligge circa tre milioni e mezzo di persone, con ottomila casi nuovi e tremila vittime circa all’anno, allora dovreste proseguire con la lettura e valutare se è il caso di vedere questo film.

Ellen (Lily Collins) ha vent’anni e una famiglia terrificante: la madre ha lasciato il padre per mettersi con la sua migliore amica tra una nevrosi e l’altra, mentre il padre (mai comparso nel film) si è risposato con una donna di strette vedute. L’unico personaggio positivo è quello della sorellastra.

Le tre mamme vogliono far guarire Ellen dall’anoressia, ma a lei non sembra interessi molto. Dopo essere passata da un programma di recupero all’altro, approda tra le mani di un medico interpretato da Keanu Reeves, che la spedisce in una casa con altri pazienti, anche di sesso maschile. Non ci sono solo ragazze anoressiche, precisiamolo: l’anoressia colpisce anche gli uomini.

Questo film espone la cruda verità sull’anoressia. Non tanto per le scene in cui si riprendono i corpi scheletrici, quanto per quelle che ritraggono le ossessioni quotidiane come:

  • La conoscenza e il conteggio delle calorie ingerite o ingeribili;
  • La smania di correre per smaltire (anche al chiuso, nella propria stanza) o di fare gli addominali di nascosto (anche a letto) procurandosi dei lividi sulla spina dorsale;
  • Nascondere il vomito in una busta sotto al letto.

Un’altra scena tremenda è quella in cui Ellen è al ristorante: mette in bocca il cibo e poi lo risputa nel fazzoletto, mentre parla amabilmente col suo amico, come se niente fosse. Inoltre si evince che un forte dimagrimento induce il corpo a produrre moltissimi peli per proteggersi. Quindi la protagonista indossa sempre le maniche lunghe per coprire i peli lunghi e sottili che le sono cresciuti sulle braccia.

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Fino All’osso va oltre la denuncia della società che propina modelli di bellezza irraggiungibili e inappropriati, puntando i riflettori sul paziente circondato da persone che vogliono guarirlo in nome della gioia di vivere. Un sentimento di cui la protagonista non si capacita e che nessuno può inculcarle a forza.

Il film sull’anoressia di Marti Noxon (la sceneggiatrice di Buffy, L’Ammazzavampiri), con umorismo e onestà, manda al pubblico un messaggio molto importante: la malattia si può superare quando è il paziente a decidere di voler vivere.

Finché è la famiglia di Ellen a volerla in salute, ogni tentativo è vano. Ma quando il dottore spinge la ragazza a toccare il fondo lasciandola andare via dalla casa, con il rischio di morire di stenti da un momento all’altro, e persino la madre arriva a dirle che accetterà la sua morte se è quello che vuole,  Ellen inizia a reagire.
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Di fronte alla rinuncia di tutti, Ellen capisce che solo a lei deve interessare davvero vivere, non sono gli altri che devono combattere per la sua sopravvivenza.

Questo film mi ha ricordato molto la serie tv Tredici: nell’ultimo episodio Hannah, prima di suicidarsi, incolpa lo psicologo della scuola di non fare nulla per lei, di lasciarla andare. Anche Ellen si sente abbandonata da tutti ma, a differenza di Hannah, invece di perdere tempo a registrare cassette per dare una lezione post mortem ai suoi amici, va a ricercare se stessa scalando un monte.

Solo ad un passo dalla morte capisce di voler andare avanti, ma almeno lo capisce. L’anoressia di Ellen batte la depressione di Hannah 1 a 0. Senza contare che in Tredici la parola “depressione” non viene nemmeno menzionata.

Ci sono forze più grandi del vittimismo, del senso di abbandono, e persino della patologia. Sono forze interne di cui a volte ci dimentichiamo, quelle che possono darci l’input a reagire.

Eppure, come Tredici, anche Fino all’Osso sta suscitando molte polemiche in America, con l’accusa di rendere GLAMOUR i disturbi alimentari. Ma quello che fa Marti Noxon non è altro che raccontare una storia, peraltro autobiografica, forse proprio per esorcizzarla, e, allo stesso tempo, informare chi non ha avuto la sfortuna di conoscere da vicino questa malattia impietosa.

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