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Bombshell: perché le donne acconsentono alle molestie sul lavoro?

Questa non è la recensione di Bombshell, il film su Amazon Prime Video che racconta le molestie sessuali di Roger Ailes, presidente e CEO di Fox News, nei confronti di alcune conduttrici.

Non è una recensione perché Bombshell potrebbe tranquillamente essere un docudramma (a parte qualche aggiunta ideata per l’occasione), visto che narra semplicemente quello che è accaduto quandoGretchen Carlson (Nicole Kidman) ha denunciato Ailes per molestie, seguita da poi da altre donne, tra cui Megyn Kelly, anche lei presente nel film (Charlize Theron). La trama di Bombshell, quindi, è molto semplice.

Bombshell e le molestie sul lavoro

Quello che invece più mi ha colpito però sono le scene dedicate alla protagonista femminile “inventata”, la giovane Kayla (Margot Robbie). C’è una scena molto importante del film in cui secondo me viene spiegata perfettamente la violenza psicologica che un uomo può esercitare su una donna, ma soprattutto il modo in cui una donna la recepisce.

Andiamo per ordine: nel film spesso si ascolta quello che la donna vittima di molestie pensa e quello che realmente dice. Ciò che emerge da queste scene è che purtroppo le donne spesso sono accoglienti nei confronti delle provocazioni maschili.

Mi spiego meglio. Quando un uomo con nonchalance propone un’offerta di lavoro appetibile richiedendo in cambio un favore sessuale (sempre con garbo, eh, come se stesse chiedendo un po’ di zucchero da mettere nel caffè), non è violenza sessuale, ma sicuramente è violenza psicologica. Si tratta comunque di una molestia.

La donna nel film rifiuta con garbo, arrivando addirittura a scusarsi di aver – eventualmente – fatto percepire il contrario. La donna si giustifica, quindi, invece di rispondere con qualcosa del tipo: ma come ti permetti anche solo di pensare che io possa arrivare in alto solo venendo a letto con te?

La donna pensa sempre sia colpa sua, in parte. Dice di no, ma pensa che così si è rovinata la carriera. Conosce il sistema e si arrende. Pur non avendo fatto niente di male, la donna non pensa mai che la responsabilità dell’inopportuna richiesta possa gravare esclusivamente sulle spalle di chi la sta facendo. E anche se lo pensa deve rispondere con garbo, perché sta pur sempre parlando con il suo capo, che potrebbe licenziarla da un momento all’altro, come infatti è accaduto a Gretchen Carlson.

Questa è la donna che dice NO. Quella che poi finisce a fare i programmi in “fascia pomeridiana” per FOX News, quella che poi viene licenziata.

La donna che dice SÌ, asseconda invece le richieste dell’uomo. Non si capisce perché lo fa: è come se quando l’uomo dice spogliati, lei debba farlo, seppur con le lacrime agli occhi. Non è violenza sessuale, nessuno aggredisce nessuno; si tratta di un gioco di potere molto sottile, di una sfida che l’uomo lancia alla donna: fammi vedere che lo sai fare senza piangerti addosso. Come se fosse business, come se il corpo fosse un task da completare. Mentre osservavo questa scena, di cui appunto vi parlavo sopra menzionando Kayla, ho rabbrividito, pensando quello che penserebbero molte donne: io l’avrei ammazzato se mi avesse chiesto di tirarmi su la gonna per mostrargli che le mie gambe fossero “all’altezza del telegiornale”.

“Qualcuno deve alzare la voce. Qualcuno deve arrabbiarsi.”

Eppure, e questa non è una polemica alle donne sia chiaro, c’è un problema di autostima, di accettazione. Un problema incastrato nell’utero della società. E certo, forse non ci siamo spogliate davanti al nostro capo, ma quante volte abbiamo sentito una vocina dentro di noi battere forte e affermare che forse è stata anche colpa nostra se ci hanno fatto quella battuta di troppo? Quante volte abbiamo detto “mi dispiace” quando non avevamo alcuna responsabilità? Io penso che diciamo davvero troppi mi dispiace e penso che la società ci ha tramandato un modello che grida forte anche dentro le più emancipate di noi.

Non è un caso che sia stato inserito il personaggio di Kayla in questo film: quello che si evince è che al mondo ci sono più donne come Kayla che donne come Gretchen Carlson. Più donne insicure, che donne sicure.

Non vorrei generalizzare troppo: la questione femminile è molto delicata. Vorrei solo portare l’attenzione, tramite questo film che poi non è nulla di che, su una questione che forse spesso viene sottovalutata. Lo faccio perché mi piacerebbe che le donne di domani avessero più consapevolezza rispetto a quelle di oggi, e questo può avvenire con la formazione, a partire dai banchi di scuola.

Si può insegnare a una ragazza il suo valore, si può insegnare che non deve essere come un uomo per valere qualcosa, né che deve sottostare alle leggi di un uomo per arrivare in alto.

E sia chiaro che tanta violenza la subiscono anche gli uomini, quando viene privato loro il diritto di mostrare le emozioni, e non solo sul posto di lavoro. Ma questa è tutta un’altra storia (che però non bisogna dimenticare).

Bombshell, trailer

Molestie sul Lavoro, dati Istat per l’Italia:

I dati usciti a febbraio 2018 riguardano anche i ricatti sessuali sul lavoro subiti dalle donne. Da questi dati emerge la pervasività del ricatto sessuale: nell’11,3% dei casi le donne vittime hanno subito più ricatti dalla stessa persona e il 32,4% dei ricatti viene ripetuto quotidianamente o più volte alla settimana; la grande maggioranza delle vittime (69,6%) ritiene molto o abbastanza grave il ricatto subito, ma nonostante ciò nell’80,9% dei casi le vittime non ne parlano con alcuno sul posto di lavoro e quasi nessuna ha denunciato il fatto alle Forze dell’Ordine. Fonte PDF.

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